lunedì, 26 maggio 2008

Era... agosto del 2007 e su questo Blog Vi dicevo:
Ecco il Confine
...ed ecco qui la colombia!

ora, lunedì 26 maggio 2008, Vi dico:
...ecco qui il mio Nuovo Blog !

cliccate...ci vediamo lì!

postato da: andrecua alle ore 17:41 | Permalink | commenti
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domenica, 25 maggio 2008

La settimana scorsa abbiamo finalmente potuto realizzare una missione in una zona lungo il confine dove ancora non eravamo riusciti ad andare per diverse ragioni, non ultima il famoso bombardamento del primo di marzo.
In tre giorni abbiamo visitato undici comunità utilizzando l'unico mezzo di trasporto possibile, la canoa, e dormendo in tenda.
DSC_0659Si tratta di comunità costituite da 15-30 famiglie, ognuna delle quali vive nella propria abitazione di legno lungo il fiume a distanza di centinaia di metri l'una dall'altra. Normalmente il “centro” di ognuna è rappresentato dalla scuola “primaria”, costituita da una semplice aula e da un maestro, ma purtroppo in 3-4 comunità neanche questa esiste.
DSC_0712_2Il fatto che i giovani dai 10-12 anni in su non possano continuare gli studi è una tragica realtà di tutta la zona, ma che i bambini non possano neppure imparare a leggere e scrivere rappresenta una tremenda vergogna per tutti.
La povertà, anche se minore di altre zone, è evidente; si tratta di contadini o allevatori di bestiame, per i quali tuttavia l'alimentazione, probabilmente troppo poco varia, non pare costituire un problema.
Forse traffici di vario tipo aiutano a migliorare la situazione economica.
L'elettricità è un sogno irrealizzabile, anche i pannelli solari, incontrati in altre zone, qui non sono arrivati; i centri di assistenza sanitaria sono distanti chilometri e chilometri e la mancanza di canoe e motori fuoribordo non consentono quasi mai di usufruirne.
La popolazione è costituita per larga maggioranza da colombiani, spesso trasferitisi qui da decenni, ma il flusso di gente in arrivo è costante. Moltissimi sono gli indigeni e molti anche gli Afro.
L'utilizzo pressoché esclusivo dell'acqua contaminata del fiume (senza mai bollirla), insieme alla malaria, al dengue, alla TBC, alla malattie respiratorie costituiscono le emergenze sanitarie trasformatesi in normalità di vita.
Le precarie condizioni di sicurezza dovute ai frequenti scontri armati aldilà del fiume e agli sconfinamenti creano un altro tipo di anormale assuefazione.
Forse proprio la palese pericolosità della zona è alla base della totale mancanza di servizi pubblici; ovviamente ciò non è una scusante per nessuno.
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postato da: andrecua alle ore 21:28 | Permalink | commenti
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domenica, 18 maggio 2008
Dall'Inter-Club Lago-Agrio:

Oggi Milano mi è mancata....
Così è adesso il mio ufficio:

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E così la mia casa:
DSC_0885Siamo noi, siamo noi, i campioni dell'Italia siamo noi..............
postato da: andrecua alle ore 18:37 | Permalink | commenti (10)
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mercoledì, 14 maggio 2008
Chiedo scusa ma in questi giorni non ho mai avuto tempo di scrivere nulla e domani vado in missione per tre giorni sul fiume, insomma anch'io ogni tanto lavoro...
Ma presto grandi novità¡
Intanto qualche foto varia.
A prestoDSC_8071DSC_6946
DSC_6943DSC_7026DSC_8070
postato da: andrecua alle ore 00:25 | Permalink | commenti (1)
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martedì, 29 aprile 2008
Ore 6.00: mi sveglio, agitato.
Ore 6.30: sono in ufficio a guardare la posta e internet.
Ore 7.00: parto per una comunità di frontiera.
Ore 9.30: arrivo nel villaggio lungo il rio San Miguel che segna il confine; nulla di speciale, una missione come le altre, questa volta accompagno dei giornalisti che vogliono raccontare le dinamiche della zona.
Ore 10.00: chiacchiero con i leaders della comunità, gli ultimi avvenimenti, gli ultimi arrivi di persone che scappano dall'inferno, il centro di salute che tra poco inauguriamo, tutto pare tranquillo.
Ore 10.30: la troupe dei giornalisti inizia il reportage, intervistano una famiglia, poi un'altra.
Ore 11.00: siamo dentro una casa che si affaccia su quel piccolo corso d'acqua così pieno di significati, all'improvviso un boato tremendo, sono fermo, immobile, non so cosa pensare, sono attimi lunghissimi, la gente intorno a me pare scossa ma tranquilla, incrocio lo sguardo della giornalista, pare eccitata da quello che le sta capitando, incrocio lo sguardo della signora intervistata, pare conoscere perfettamente questi rumori.
Ore 11.02: iniziano a sparare, colpi singoli, poi mitragliatrici impazzite sembrano non finire più le loro munizioni, sono assordanti, sembrano dentro la casa, sono vicinissimi, ma dove? Gli attimi passano e  capisco che sono lì davanti, saranno 100 metri, l'unica barriera è il fiume, non si vedono, la giungla è troppo fitta, ma è come essere in mezzo a loro. Comincio a pensare a che fare, nessuno parla, il mio collega autista è dall'altra parte del villaggio. Scappo? Rimango? Mi nascondo? Gli spari continuano, i pensieri sono mille, uno mi ricorda le esercitazioni militari, i rumori sono troppo vicini, i colpi arriverebbero anche qui se direzionati da questa parte. Nessuno parla, la situazione è irreale, mi accorgo che i giornalisti si agitano nel tentativo di mettersi il più vicino possibile alla provenienza dei botti, incrocio un'altra volta lo sguardo della signora, finalmente ha una reazione, vedo il figlioletto di 3 anni sul bordo del fiume, lo chiama, poi si avvicina a lui e lo strappa con forza da quella situazione a cui probabilmente è già assuefatto.
Ore 11.10: gli spari cessano, è solo a quel punto che mi accorgo di non aver fatto più di 10 metri in 10 minuti, la mente comincia a ragionare, a delineare i possibili scenari, tante volte abbiamo sentito parlare di sconfinamenti, di abusi territoriali, verranno da questa parte? Decido di no e decido che scappare dal paese sarebbe una buffonata, loro non possono, comincio a camminare verso il centro del villaggio, senza una idea precisa, solo allora mi accorgo che il mio collega si stava sbracciando per dirmi di andare verso di lui, una volta vicino alla macchina mi dice “io preferirei andare”, non riesco a dargli torto.
Ma i giornalisti li ho portati lì io, non posso andarmene senza avvertirli, rifaccio la strada in senso opposto, minuti lunghissimi, la gente, orrendamente abituata a questi avvenimenti, cerca di sbirciare, di vedere, di capire  le conseguenze.
Solo dopo verrò a sapere di una reazione differente, un uomo, fin dai primi spari, spaventatissimo, ha cercato subito un riparo, un nascondiglio, il terrore legato a quei rumori è troppo fresco, i segni delle torture subite sono ancora troppo evidenti.
Ore 11.20: Trovo la troupe ancora più vicina alla provenienza degli spari, si sono armati anche loro, con telecamere ed enormi microfoni, aspettano che ricomincino gli spari per girare un pezzo. Dopotutto saranno gli unici al mondo a raccontare questo episodio, questo piccolo evento, così banale, così comune.
Nel comunicargli la nostra intenzione di ripartire, mi ricordo di avergli promesso di farmi intervistare per cui decido che mezzora in più non cambia molto, dopotutto gli spari non si sentono più.
Ore 11.30: un altro botto, fortissimo, un'altra bomba, poi più niente.
Ore 11.35: alcune donne, giovanissime, approdano da questa parte del fiume, fanno ritorno da una riunione a cui partecipavano nel villaggio sull'altra sponda, raccontano, ridono, forse spaventate, forse no, da quello a cui hanno assistito, di nuovo la sensazione dell'assuefazione e abitudine, loro, gli altri abitanti, forse anch'io.
Ore 11.45: la telecamera è di fronte a me, l'agitazione per l'intervista ritorna prioritaria, la guerra è alle mie spalle, qualche centinaio di metri, ma è diventato un normale scenario di quotidianità, così perlomeno è vissuta dalla povera gente di questo villaggio.
Ore 12.00: Riparto, saluto tutti dando appuntamento alla prossima visita, nella normalità più assoluta, nel viaggio di ritorno una lunga discussione col mio collega su quanto accaduto, tentativi di spiegare le dinamiche di questa guerra sconosciuta, tentativi non riusciti.
Lungo la strada sterrata incrociamo due camionette dell'esercito proveniente da un distaccamento troppo lontano, sapevano della presenza dei giornalisti, non possono far finta di niente.
Si torna in ufficio, andrò a Quito per il we, a rifiatare, io, la gente del villaggio no.
P.S.: Nei giorni successivi: la versione dei fatti viene stravolta e manipolata, che tristezza...
P.P.S.:  per chi volesse vedere il reportage di aljazeera  (tra i VIDEO in basso a destra, purtroppo con il mio faccione..):
http://english.aljazeera.net/NR/exeres/BE36B87D-5D66-4F3E-9BB6-7A0166FD8086.htm

cliccare a destra sotto la sezione IN VIDEO dove c'è scritto "more videos" e dopo cercare un video che si chiama "colombia's farc conflct spills over to ecuador"
postato da: andrecua alle ore 15:11 | Permalink | commenti (11)
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venerdì, 25 aprile 2008
Diletta, una giovane giornalista italiana che ha passato un pò di giorni qui a Lago ha scritto questi reportage:
uno su una comunità chiamata Puerto Nuevo (a due ore da qui)
http://www.andinamedia.info/it/node/626
un altro sulla frontiera in genere
http://www.andinamedia.info/it/node/618
e infine una notizia, tra le tante
http://www.andinamedia.info/it/node/624
PS: AGGIUNGO ANCHE UN VIDEO DI RAINEWS24:
http://www.rainews24.rai.it/ran24/rainews24_2007/reportage/11042008_colombia.asp

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postato da: andrecua alle ore 01:02 | Permalink | commenti (2)
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martedì, 22 aprile 2008
Il lavoro è tanto, troppo, lo stress comincia a farsi sentire, le elezioni italiane non hanno aiutato, il tempo per scrivere è poco. Qualche immagine per supplire a quelle che non si vedono sotto.
DSC_0252(bambini che giocano-lavorano con l'acqua inquinata lungo le sponde del fiume in frontiera)

DSC_9430(una tipica capanna-abitazione lungo il fiume)

DSC_6460(bambini di una scuola)

DSC_6185(dettaglio di una abitazione sul fiume)

DSC_6285(una bambina indigena gioca sul fiume che segna il confine)
postato da: andrecua alle ore 23:37 | Permalink | commenti (4)
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lunedì, 14 aprile 2008
E' triste: qui già ridono tutti....
...se va davvero così non torno più....
P.s.: è andata anche peggio, sto facendo le pratiche per la cittadinanza lagoagriense, addio italia.
postato da: andrecua alle ore 17:27 | Permalink | commenti (5)
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martedì, 08 aprile 2008
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Dopo tanti mesi vissuti in questa lontana provincia di questo lontano paese vorrei provare a dare una descrizione dei luoghi, delle dinamiche, delle persone.
Il contesto generale
Si tratta di una provincia dell' Oriente Ecuadoriano, a nord-est del Paese, provincia tra le più povere, ma anche tra le più ricche dati i suoi enormi giacimenti petroliferi; lo Stato è poco presente, a volte inesistente. La vicinanza con la Colombia crea dinamiche del tutto particolari, culture che si sovrappongono, commerci leciti e soprattutto illeciti, malcontento per l'immigrazione e per l'arrivo continuo di rifugiati, xenofobia ma anche altruismo. Terra di confine, principio della infinita Selva Amazzonica, foreste sterminate e difficilmente abitabili, ma anche zona facilmente accessibile da chi scappa dalla violenza e vuole crearsi una nuova vita aldilà dell'inferno.
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Il clima, quasi privo di stagioni, si caratterizza per un caldo umido costante (ma sopportabile) e per i diluvi perenni che sembrano voler cancellare la zona dalle cartine geografiche.
La gente è cordiale, simpatica, ma anche chiusa, probabilmente segnata e assuefatta dalle violenze, dalla povertà e dalle ingiustizie dell'area.
La guerra, la guerriglia, o come si voglia chiamare quello che succede aldilà del fiume da oltre 40 anni, ha fatto 4 milioni di sfollati interni e centinaia di migliaia di rifugiati fuori dal paese. Il tutto nella quasi completa e colpevole indifferenza internazionale. Qui però è realtà quotidiana, è aria che si respira.
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Fino al boom del petrolio il controllo del territorio era limitato alla presenza missionaria e i collegamenti erano costituiti da sentieri. La recentissima “civilizzazione” ha aperto strade nella giungla, lo sviluppo ha seguito la logica delle imprese petrolifere che hanno portato una massiccia manodopera maschile per l'estrazione del greggio, e tale sviluppo mai è stato pianificato dallo Stato. Contemporaneamente alle multinazionali sono arrivati i contadini, attratti dalle terre vergini che venivano disboscate. E poi negli anni a venire i problemi legati ai crimini ambientali (vedi caso Texaco, scappata dal paese e tuttora implicata in processi e richieste di risarcimento danni), alla miseria dei colonizzatori, all'ambiente contaminato, alla cacciata ed estinzione degli indigeni. Nel frattempo le aziende petrolifere provavano ad assumere un atteggiamento diverso, con costruzione di alcune scuole, di campi di calcio, con distribuzione gratuita di piante (sigh...), una specie di minima responsabilità sociale in cambio della garanzia di poter continuare indisturbati ad estrarre petrolio. Mentre lo Stato continuava a latitare.
Il contesto urbano
Le cittadine della zona non esistevano fino agli anni '70, solo foresta abitata da comunità indigene. Poi i coloni e le aziende petrolifere hanno cominciato a trasformare radicalmente la zona che si è urbanizzata in maniera disordinata.
Lago Agrio, con i suoi 30.000 abitanti circa, è un piccolo centro urbano con una vasta zona periferica disseminata di baracche di legno che si estendono verso la selva. E' sporca, polverosa, con strade male asfaltate piene di buche e voragini, che di giorno si riempiono di venditori ambulanti
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e di sera si svuotano sinistramente, lasciando spazio a ubriachi, malviventi, sicari e soprattutto ai cani, veri padroni della notte, sui quali si potrebbero scrivere romanzi; ma è anche l'unico centro dotato di alcuni servizi , un ospedale, due cliniche, alcune farmacie e banche, una università e soprattutto un aeroporto, la cui unica vera ragione di esistere è ovviamente il personale delle aziende petrolifere ma che rappresenta per molti una moderna alternativa ai folli, pericolosi e pittoreschi bus.
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Le case sono piccoli edifici di 2-3 piani (mai più di 5) spesso non terminati, non esistono ascensori, la corrente elettrica ogni tanto va via, gli alberghi sono numerosissimi e senza giustificazione apparente, mentre il motivo dell'esistenza dei tantissimi minuscoli locali notturni è chiarissimo.
La città ha una terribile reputazione nel resto della nazione ma la percezione che si ha vivendoci è diversa; in pratica si può vivere tranquilli finchè non si da fastidio ad alcuni ambienti e se si prendono determinate precauzioni.
Quito in realtà appare molto peggio, con i suoi continui assalti, rapine e omicidi.
Inoltre Lago ha il fascino della cittadina di frontiera, difficilmente descrivibile e realmente percepibile solo vivendoci.
La realtà rurale e di frontiera

Nelle campagne, nelle foreste e soprattutto nelle comunità di frontiera la povertà è ancora più visibile, i servizi sanitari, scolastici e sociali sono quasi sempre un sogno. I bambini, se fortunati, frequentano le primarie , scuole uni-docenti (più o meno le nostre elementari) con maestri o maestre che vengono da lontano
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e spesso non riescono ad adattarsi alle difficilissime condizioni di vita, e mancano di motivazione e formazione.
Sulle sponde dei fiumi che segnano il confine non esiste nessun tipo di servizio sanitario,
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la gente è completamente abbandonata, fatta eccezione per qualche “brigata” sanitaria (il più delle volte solo per effettuare vaccinazioni) 1, 2 forse 3 volte all'anno (in alcune comunità addirittura mai arrivano).
L'acqua che si beve o che si utilizza per cucinare è quella che si preleva dalle pozze nella terra, è quella dell'inquinatissimo fiume
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o qualche volta quella piovana, di bollirla neanche a parlarne. Il termine acqua potabile non è ancora stato coniato da queste parti. In aggiunta alla malaria, si può immaginare le malattie che si sviluppano.
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La sicurezza è un problema enorme, eserciti che sconfinano, o che non controllano il territorio, gruppi armati, soprusi, violenze domestiche. Adesso addirittura bombardamenti.
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I diritti umani, i diritti delle minoranze etniche, i diritti delle donne e dei bambini sono spesso parole senza significato.
Lungo il fiume il concetto di confine non è assolutamente percepito, l'acqua che lo rappresenta è solo una parte dell'ambiente naturale per le popolazioni di queste zone, soprattutto se costituite, come spesso accade, da indigeni per i quali non esistono nazioni o popolazioni differenti, ma solo la propria terra.
Visitando le comunità si constata lo stato di abbandono totale vissuto da questa gente, con qualche piccola eccezione: progetti di coltivazione di cacao, installazione di qualche pannello solare, tentativi di costituire centri di attenzione medica, spesso poi abbandonati da O.N.G. Internazionali ritiratesi
DSC_9363dopo qualche anno o dimenticate dalle stesse istituzioni pubbliche che dovevano curarne il funzionamento.
Il petrolio
Si tratta della contraddizione più grande, della grande verità che il mondo non vuole ammettere, la dimostrazione palese di come esista una parte di popolazione mondiale che beneficia di tutto quello che deriva dallo sfruttamento del petrolio, e che ne esista un'altra enormemente più grande a cui non arriva niente,  tutto questo qui è tremendamente evidente.
Soprattutto in questa parte di mondo che, “proprietaria naturale” di quelle risorse che fanno funzionare le lavatrici ed i televisori del mondo intero, si deve accontentare invece  delle briciole, nel migliore dei casi.
Il petrolio è ovunque, i pozzi sono piccoli rubinetti che massacrano il territorio e che pompano costantemente l'oro nero all'interno degli oleodotti che ti accompagnano come fedeli e poco rassicuranti compagni di viaggio al lato di qualunque strada o sentiero della provincia.
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Lo sfruttamento è capillare.
Contraddizione nella contraddizione sono le centinaia di cittadelle petrolifere dove vivono e lavorano i “petroleros” ed all'interno delle quali vengono garantiti tutti i tipi di servizi, ma chiuse e blindate da un imponente sistema di sicurezza privato. Fuori le realtà di tutti gli altri, tra le quali la prostituzione come servizio largamente offerto in tutta la zona.
A causa delle innumerevoli e incontrollabili perdite dagli oleodotti o dagli scarichi di residui della lavorazione del greggio e che si riversano nella terra, nei fiumi, nelle lagune, l'acqua di tutta la provincia è inquinatissima; non ci si fida neanche delle le acque minerali, mentre quella del rubinetto neanche  si usa per cucinare due spaghetti. Invece dalle infezioni derivanti dalle obbligate e frequenti docce non ci si può difendere.
E' risaputo che tale inquinamento provoca tumori, le cui incidenza percentuale è enormemente più alta di quella del resto del Paese.
Il governo, le istituzioni e la cooperazione internazionale
Il governo del neoeletto Correa ha promesso un intervento massiccio di aiuto in questa zona, ma la lentezza della macchina burocratica non ha ancora permesso di vedere alcun risultato. Il Plan-Ecuador, nato in contrapposizione al famigerato e disastroso Plan Colombia, e che dovrebbe prevedere lo sviluppo dell'aerea di frontiera è ancora per il momento sulla carta.
Le istituzioni sono tanto burocratiche quanto inefficienti e corrotte.
La cooperazione internazionale cerca di fare qualcosa ma da un lato si scontra con le poche e mal coordinate risorse e dall'altro con il proprio ruolo che mai potrà essere di sostituto dello Stato.
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postato da: andrecua alle ore 01:55 | Permalink | commenti (5)
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mercoledì, 02 aprile 2008
Nel periodo in cui non ripartivano le missioni (mentre scrivo invece sono le 5 di mattina sigh e sto ripartendo...) e soprattutto i progetti, ho dedicato un giorno a visitare alcune coltivazioni di cacao. L'albero del cacao (Theobroma dal greco “cibo degli dei”) cresce solo nella fascia tropicale a cavallo dell'Equatore perchè ha bisogno di un clima sufficientemente umido e caldo . È una pianta delicata. Non sopporta né il sole eccessivo, né il vento, ha bisogno di ombra. Vicino al cacao vengono piantati limoni, banani, aranci. Cresce velocemente, tanto che fiorisce già dal secondo anno di vita e, dal terzo anno, fruttifica. La cabosside, il frutto dell'albero  images cresce direttamente sul tronco o sui rami più grossi, è lunga circa da 15 a 25 centimetri e ricorda, nella forma, un pallone da rugby.  Ogni frutto contiene molti semi, avvolti in una polpa bianca e succosa, appena dolce, squisita.  I semi vengono estratti manualmente e messi a fermentare e poi ad essicare, tostare e macinare, il risultato è la pasta di cacao, da cui poi derivano tutti i prodotti più succulenti che conosciamo.
I contadini (ecuatoriani o colombiani) spiegano che qui ne vengono coltivati due tipi, CCN51, una qualità dalle rese quantitative da ben 50 q.li di cioccolato per ettaro, e il Nacional, dalla resa quantitativa molto inferiore, ma sensibilmente migliore qualitativamente.
La produzione, dopo il crollo del prezzo del caffè degli anni scorsi, è diventata molto di moda, il prezzo è buono e la domanda internazionale è alta; per questo si cerca di incrementare la produzione con progetti sovvenzionati dallo Stato e dalla Cooperazione Internazionale, ma non è così semplice. Per coltivare il cacao bisogna insegnare le tecniche e l'assistenza deve essere costante per qualche anno, bisogna convincere la gente a non continuare a gestire attività illecite più redditizie, bisogna che il contadino si appassioni nelle tecniche di semina, clonazione e innesto per migliorarne la qualità (a vederli lavorare sembrano dei chirurghi delle proprie piante) e continua cura e pulizia del terreno; il rischio di fallimento in comunità remote e di difficile accesso è molto alto.
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postato da: andrecua alle ore 11:48 | Permalink | commenti (3)
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